Storie del territorio · Casentino
Il viaggio del legno: dal Casentino a Firenze e al mare
Per secoli, gli alberi delle foreste casentinesi hanno viaggiato lungo i fiumi per raggiungere Firenze e i cantieri navali di Pisa e Livorno. Dietro quei tronchi c’era il lavoro di una valle intera, dai boschi di Camaldoli alle botteghe dei suoi paesi.
Era un lavoro che coinvolgeva molte mani. I boscaioli abbattevano e preparavano i tronchi, i buoi li trascinavano fuori dalla foresta, altri uomini li legavano insieme e li affidavano alla corrente. A Firenze li aspettavano i costruttori; più lontano, verso Pisa e Livorno, i maestri d’ascia. Il legno metteva così in comunicazione luoghi che sembravano distanti: una valle di montagna, i cantieri del Rinascimento e il mare.
Le foreste da cui cominciava tutto
Fra gli alberi più ricercati c’era l’abete bianco. I suoi fusti lunghi e diritti si prestavano a usi per i quali trovare il legno adatto era tutt’altro che semplice. Una grande trave o un albero da nave richiedevano dimensioni che il bosco poteva offrire soltanto dopo molti anni di crescita. La scelta cominciava quindi ben prima dell’arrivo in cantiere, fra gli alberi ancora in piedi.
A Camaldoli i monaci si dedicarono per secoli alla cura della foresta, favorendo la coltivazione dell’abete. Il bosco faceva parte della vita dell’eremo: lo circondava, gli forniva risorse e richiedeva un lavoro continuo. Le regole che ne disciplinavano l’uso, dalle consuetudini medievali alla Regola stampata nel 1520, raccontano quanto fosse stretto questo rapporto. Tagliare un albero voleva dire anche pensare a ciò che sarebbe cresciuto dopo.
L’interesse per questi boschi arrivava fino a Firenze. Nel 1380 l’Opera di Santa Maria del Fiore, che seguiva la costruzione del Duomo, ottenne diritti sulle foreste di Campigna. La città si assicurava così una fonte di legname per i suoi lavori. Fra le montagne e la cattedrale nasceva un legame destinato a durare nei secoli, alimentato dal continuo passaggio di tronchi e di uomini.
Quando il bosco incontrava il fiume
Il primo tratto del viaggio si svolgeva a terra. Portare fuori dal bosco un grande tronco richiedeva forza, esperienza e animali da tiro. I buoi avanzavano lungo i sentieri con il loro carico, fino alle aree dove il legname veniva raccolto in attesa di proseguire. Prima ancora di arrivare all’acqua, c’era da superare la difficoltà della montagna.
Sulle rive il lavoro cambiava. Nei porti fluviali si preparavano i tronchi per la discesa, legandoli tra loro fino a formare grandi zattere. Si chiamavano foderi e avevano una particolarità: erano costruiti con lo stesso legname che dovevano trasportare. Una volta arrivati, sarebbero stati sciolti e consegnati pezzo per pezzo.
Il porto di Pratovecchio ebbe un ruolo importante in questa storia. Le strade dell’acqua, però, erano più di una: negli anni 1417–1436 le forniture di Campigna per l’Opera raggiungevano i porti sulla Sieve e poi l’Arno; dalla seconda metà del Quattrocento, con l’acquisizione delle foreste della Lama, acquistò maggiore rilievo il percorso da Pratovecchio.
Più a valle, a Ponte a Poppi, il legname di Camaldoli trovava un altro punto di partenza. Qui c’era il porto gestito dai monaci camaldolesi: gli abeti scesi dalla foresta venivano raccolti e legati in foderi, pronti per seguire la corrente verso Firenze.
Gli uomini che guidavano i tronchi
A condurre le zattere erano i foderai, uomini abituati a conoscere il fiume nelle sue diverse stagioni. Il loro lavoro cominciava dove finiva quello dei trasportatori di terra. Davanti avevano la corrente, le anse e i passaggi sotto i ponti; sotto i piedi, un carico di legno che doveva arrivare a destinazione.
La partenza dipendeva dall’acqua. Quando era troppo bassa, i tronchi rischiavano di incagliarsi; quando la corrente diventava impetuosa, governare il fodero era più difficile e pericoloso. Bisognava scegliere il momento, riconoscere i punti insidiosi e accompagnare la zattera lungo il percorso. La forza serviva, ma da sola non bastava: occorreva sapere come si sarebbe comportato il fiume poco più avanti.
Anche i mulini potevano diventare un ostacolo. Le pescaie, gli sbarramenti che trattenevano l’acqua per farli funzionare, interrompevano il viaggio se mancava un passaggio per i tronchi. I documenti del Duomo raccontano di una consegna fermata al mulino del Busini, vicino a Firenze: i foderai lasciarono il legname sulla pescaia e si dovettero chiamare i carradori per proseguire a terra.
Lungo il tragitto da Pratovecchio c’era poi la Valle dell’Inferno, nel Valdarno. Oggi gli sbarramenti hanno cambiato il paesaggio e il corso dell’acqua; un tempo quel tratto metteva alla prova chi lo attraversava con i tronchi. Pensare ai foderai aiuta a ritrovare un Arno diverso da quello che osserviamo passeggiando sulle sue rive, percorso da uomini per i quali ogni discesa era un lavoro da portare a termine.
Il Casentino nei cantieri di Firenze
Arrivato a Firenze, il legname lasciava il fiume per entrare nei cantieri. Qui le grandi travi trovavano una nuova collocazione, mentre assi e pali diventavano impalcature, piani di lavoro e parti delle attrezzature necessarie a costruire. Anche un edificio di pietra e mattoni aveva bisogno di molto legno, soprattutto negli anni in cui cresceva.
La Cupola di Brunelleschi, costruita fra il 1420 e il 1436, è uno degli esempi di questo legame. Siamo abituati ad ammirarla dal basso, già compiuta, con il suo profilo sopra i tetti di Firenze. Durante la costruzione, però, gli operai dovevano raggiungere la muratura sempre più in alto, lavorare e ricevere i materiali da sollevare. Per farlo servivano ponteggi e macchine, e una parte del legname necessario arrivava proprio dalle foreste casentinesi.
Brunelleschi riuscì a costruire la volta senza la grande armatura di centine che avrebbe dovuto sostenerla dal basso. Attorno e dentro l’opera, il lavoro continuava su strutture di legno. Nella Cupola rimane inoltre una catena di castagno, una cerchiatura formata da travi collegate fra loro. Abete e castagno entravano quindi nella stessa storia con compiti diversi, scelti secondo ciò che si doveva realizzare.
Accanto ai nomi degli architetti, la storia dei cantieri comprende anche quella dei boscaioli, dei trasportatori e dei foderai, il cui lavoro rendeva possibili le consegne.
Gli abeti che prendevano il mare
Per altri tronchi, Firenze era soltanto una tappa lungo la direzione della costa. Il legname delle foreste casentinesi raggiungeva anche i cantieri navali di Pisa e Livorno. Qui veniva scelto e lavorato per le esigenze delle navi, e gli abeti lunghi e diritti erano particolarmente ricercati per l’alberatura.
Un albero maestro doveva sostenere le vele e sopportare le sollecitazioni della navigazione. Le sue dimensioni rendevano preziosi i grandi fusti cresciuti in montagna: trovare il tronco adatto, abbatterlo e trasportarlo fino al cantiere era già una parte impegnativa della costruzione. Poi intervenivano i maestri d’ascia, che avrebbero dato a quel legno la forma necessaria.
Alberi, antenne e pennoni legavano così la vita delle foreste a quella dei porti. Il legno che aveva lasciato il Casentino trascinato dai buoi poteva ritrovarsi a sostenere una vela, dopo aver percorso i fiumi e attraversato le mani di lavoratori diversi.
Nelle botteghe e nelle case del Casentino
Mentre una parte del legname prendeva la via di Firenze e del mare, altro rimaneva nei paesi della valle. A Moggiona la lavorazione del legno era legata soprattutto ai bigonai, gli artigiani che costruivano recipienti per l’uva e per il vino. I loro prodotti accompagnavano la vendemmia e il lavoro delle campagne, passando dalle botteghe alle mani di chi li avrebbe usati ogni giorno.
A Badia Prataglia il faggio diventava invece utensili e oggetti domestici. Scodelle, taglieri e bicchieri ricordano una quotidianità in cui il legno era presente anche nei gesti più semplici. Il bosco forniva quindi sia le grandi travi richieste dalle città sia gli oggetti che trovavano posto nelle cucine e nelle case.
Questi mestieri cambiarono con il tempo. Nuovi materiali e nuove abitudini ridussero la richiesta dei contenitori tradizionali. Le botteghe dovettero adattarsi, e molte conoscenze rischiarono di scomparire insieme al lavoro che le aveva tenute vive.
Oggi la Bottega del Bigonaio di Moggiona conserva attrezzi e manufatti che permettono di avvicinarsi a quel mondo. Fa parte dell’Ecomuseo del Casentino, insieme ad altri luoghi dedicati alla vita della valle: a Stia si incontra la storia del bosco e della montagna, a Cetica quella dei carbonai.
Una storia vicina a Vela
Per noi di Vela, questi luoghi sono vicini. La storia della famiglia Vezzosi nel legno comincia nel 1945 e attraversa tre generazioni, fino all’attività di oggi a Porrena. Nel nostro archivio sono rimaste fotografie di tronchi sui carri, carichi da spostare e piazzali di segheria.
Una di queste mostra un grande tronco trasportato con i buoi. È un’immagine successiva al 1945, molto più recente dei viaggi dei foderai, ma restituisce la misura del lavoro richiesto per muovere il legname. Sotto la fotografia è ancora leggibile la scritta dei Fratelli Vezzosi, conservata insieme allo scatto.
Fonti del racconto
- Ilaria Becattini · Dalla Selva alla Cupola
Forniture dell’Opera, percorsi fluviali, foderai e impieghi del legno.
- Parco Nazionale · Camaldoli e il Sacro Eremo
La cura della foresta e le regole dei monaci.
- Parco Nazionale · Il sentiero di Campigna
L’abete bianco e le forniture navali.
- Opera di Santa Maria del Fiore · La Cupola
Date e costruzione senza armatura di sostegno.
- Ecomuseo del Casentino · Il Casentino e le sue valli (PDF)
Il porto camaldolese di Poppi, Moggiona e i luoghi della memoria.
- Alfredo Bellandi · Atlante storico-culturale del Parco (PDF)
Artigianato e lavorazione del legno, pp. 149–152.
- Pro Loco Moggiona · La Bottega del Bigonaio
Recipienti in legno e patrimonio conservato nella bottega.
- Visit Tuscany · Valle dell’Inferno e Bandella
Il tratto dell’Arno e le trasformazioni del paesaggio.
- Parco Nazionale · Moggiona, il paese dei bigonai
Materiali, manifattura e fotografia della bottega.